18 ago 2012

Le storie ciniche di Maugham


dal recensore.com
storie-cinicheBasterebbe il primo racconto, “Louise”, per capire di che pasta sia fatto il perfido humour di W. Somerset Maugham, autore delle cattivissime “Storie ciniche“ raccolte nel volume uscito da poco per Adelphi, una dozzina di racconti ambientati al solito in giro per il mondo.
Louise, a suo tempo “ragazza diafana con grandi occhi malinconici”, si accampa con agio nelle riserve di una vita messa forse a rischio (ma lei mostra di crederci sul serio, e così tutti quelli che la circondano) da una vaga debolezza di cuore procuratale nell’infanzia dalla scarlattina. In effetti sembra venir meno se non il suo cuore almeno la forza per vivere delle giornate normali, ogni volta che la ragazza si trovi in situazioni per lei poco gradevoli (le feste noiose per esempio, le persone antipatiche, le incombenze sgradevoli). Destinata per tutti a una vita breve, resiste invece per decenni, si sposa due volte e in entrambi i casi resta vedova, fino a quando viene messe alle strette dal narratore, un amico che pare il solo ad aver capito in tanti anni la sua felice attitudine alla menzogna sofisticata. Difatti il giorno delle nozze della figlia – giorno che Louise dice di aspettare con ansia e che teme invece come una disgrazia irreparabile - pensa bene di dar soddisfazione a lei e all’amico facendosi venire uno dei suoi attacchi, solo un po’ più serio degli altri (“morì perdonando delicatamente a Iris di averla uccisa”).
Anche in queste storie dunque dell’autore di romanzi come Lo scheletro nell’armadio, Maugham dà una dimostrazione di quella intelligenza che non si sa bene perché agli scrittori italiani piace solo declinata come “narrativa”. Ossia come capacità di imbastire trame e intrecci ma senza aprire mai una fessura di luce nuova, rivelativa su un personaggio, su un rapporto umano – ossia, su noi stessi. Il cinismo di Maugham è un modo di conoscere e raccontare esente da perifrasi perbeniste (peraltro arioso anche nella descrizione di vite anguste e miserande) che molti liquidano come al più “divertente” ma non serio, con ciò mostrando non tanto quanto siano limitati i loro orizzonti estetici, che sarebbe secondario, ma la diffidenza (antropologicamente cattolica anche se ci si dichiara atei o agnostici) di una cultura come la nostra per la verità compunta che non sia pronta per la redenzione.
Dal figuro di Vladivostok che si commuove parlando della moglie morta malcelando di essere lui l’assassino, alle signore determinatissime a sbarazzarsi di uomini pesanti portandoli fino all’Oriente Estremo che Maugham ben conosceva, lo scrittore britannico attraversa il mondo e ne afferra gli aspetti più beffardi e inemendabili. Felloni o mignotte, artisti della crudeltà o mentecatti del crimine, i personaggi di Maugham sono straordinariamente vivi. Maugham, che ambienta le sue storie a qualsiasi latitudine, cosmopolita lo era intanto nello sguardo – disincantato davvero, il che non vuol dire abbandonato a una mera radiografia degli umani che incontrava e descriveva. Partecipe piuttosto come e quanto chi sa che amare la vita non ci impedisce di guardarla per ciò che è, grottesca e menzognera, senza risparmi per nessuno. L’eleganza virile e sentimentale insieme di Maugham è proprio ciò che manca alla nostra stanchissima romanzerìa.

5 ago 2012

Su un romanzo-non romanzo


Emanuele Trevi

pubblicata sul paradisodegliorchi qualche tempo fa 


Copertina
Già detto da tutti, quello di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, è l’ennesimo esempio di romanzo non romanzo, un po’ saggio critico, un po’ autobiografia, “qualcosa di scritto” ma diversamente dall’oggetto principe della sua narrazione, l’indefinibilePetrolio, data di pubblicazione 1992, autore Pier Paolo Pasolini.Figura che qui è meno interessante, avvincente, dell’altro personaggio centrale del libro: l’attrice Laura Betti. Se infatti PPP qui è inscindibile da Petrolio (pur nella debita premessa che il libro “dice” il momento apicale di un’esperienza umana), la Betti esiste per sé stessa, sebbene stregata dal poeta fino alla morte di lei. Partecipe della stessa oltranza ipervitalistica di PPP, si arroga così la pretesa di essere il solo vero destinatario della sua opera.Il giovane Trevi la conosce lavorando al Fondo Pasolini. “La Pazza” è un animale eccessivo, assurdo, da cui Trevi è soggiogato. La paranoia dell’attrice, assurda come ogni paranoia, trova agli occhi del futuro autore romano una giustificazione proprio in quella sorta di stato d’eccezione che la lega a Pasolini, come fossero alterità quasi mitologiche rispetto al mondo borghese del quale egli invece fa parte. La Betti è un’Erinni, una furia isterica, talmente eccessiva da risultare comica (“Questo piaceva soprattutto alla Pazza: mandare vaffanculo”), ma quel che affascina il narratore (che venga chiamato “zoccoletta” è un dettaglio non infimo della scena), e non poco il lettore, è la consapevolezza di essere com’è. Betti, in apparenza massacrata dall’impietosa descrizione, è un personaggio straordinario. E poi c’è il suo maestro, PPP. Petrolio è, lo sanno tutti, un monstre, qualcosa di scritto lo definisce appunto Trevi, un oggetto letterario che però scardina qualsiasi confine estetico, una roba non più concepibile nel 1992. Si era entrati, e già da un decennio almeno, in un’epoca in cui la letteratura viene ridotta a trame, a storie, a intrattenimento. Qua invece siamo più vicini – sostiene Trevi – alla body art che alla letteratura. La lettura del libro non è un esercizio tecnico, strutturale, filologico, benché si avvalga di tutti questi strumenti ma mette in gioco l’esperienza, la vita anche emotiva del suo interprete. E se l’opera, anzi l’opera-vita che in questo Pasolini terminale ha da fare con un’iniziazione (ne è il fine ultimo), sembra un viaggio iniziatico anche quello dell’autore, a partire dai mesi di soggezione assoluta, pavido-ironica, verso l’arbitrio violento della Betti fino al viaggio in Grecia, a Eleusi – viaggio mai davvero terribile, certo, mai a rischio di nulla di fondamentale, inevitabilmente commento, secondo vocazione epigonica che Trevi non può nascondere (se a Pasolini, tutto immerso in un processo creativo, sorgivo e intemperante come quello di Petrolio, risulterebbe un’ “insopportabile pappa finto-erudita” la vacuità del postmoderno citazionista… Trevi se ne salva in parte grazie a una controllata partecipazione sentimentale che, al netto di qualche eccesso retorico, sa emozionare).Il racconto di Trevi dunque, nonostante non faccia che esaltare il ‘900, è quello di un uomo del nostro tempo, impossibilitato a procedere senza accordarsi alla voce di un altro, incapace di attraversare l’oscurità senza lo strumentario di citazioni altrui ma onestamente consapevole di questi limiti, che sono poi dei più, e bravissimo a illuminare quella che invece gli appare una storia umana e artistica irripetibile. Che passa, è ora di dirlo, perlopiù dai misteri eleusini e dal mito androgino, attraverso un processo di sdoppiamento e metamorfosi sessuale. Per una conoscenza, diciamo, “superiore”.Quel che non convince è il fare spallucce sul lato civile, politico di PPP (a prescindere da giudizi di valore: di cazzate Pasolini ne diceva tante, come tutti) – mentre lavorava a Petrolio e a Salò, negli anni settanta PPP scriveva sui giornali quello che tutti sanno.Non vedo perché una lettura come quella proposta da Trevi – quasi esoterica, gnoseologica – debba escluderne un’altra… Sarebbe schizoidismo? In arte non c’è niente di meglio. Vale la pena notare che una letteratura come forma estrema di conoscenza (il “moderno” lo chiama Trevi) se non ha niente a che fare con il “prodotto”, la “bella confezione”, non ha bisogno di cercare il suo opposto nelle bolle di sapone di Baricco (da Pasolini a Baricco, un bel saggio di storia italiana… e chi scrive non soffre di alcuna venerazione per Pasolini) – basterebbe, per Trevi, fermarsi a Carver, uno scrittore per il quale non a caso si è utilizzato l’etichetta di minimalismo: avvicinare il lettore, blandirlo anche nel male, tutto sommato anche rassicurarlo. Scrivere buone storie.
Sarei meno drastico. Certo, lo spettacolino di innumeri fighetti che non hanno niente da dire ma riempiono le scuole di scrittura e le pagine del 'Corriere della Sera' sono l’omologo dei patetici editoriali politico–culturali ivi ospitati. Come quello del PG Battista che approfitta del libro di Trevi, capendoci poco o niente, forzandone a sua volta l’interpretazione, omettendo di notare che Trevi si guarda bene dal far scendere il santino dall’altare (trasferendolo caso mai da quello della religione civile al ben più suggestivo trono di un’iniziazione estatica) e definendo una “richiesta ossessiva” quella di riaprire il processo. La mira? I soliti. Non i comunisti (questi fantasmi, la parola stavolta è evitata) – ma quelli che non avendo nessun pregiudizio verso i “misteri eleusini” trovano che la storia politica italiana sia tutt’altro che candida e che PPP non sia stato ucciso per un pompino malriuscito.

31 lug 2012

Grandi ustionati (da se stessi)

dal paradiso


copertina del libro
Ero curioso – cose che capitano col caldo, non saprei dire - di rileggere Paolo Nori dopo averlo presto abbandonato, agli inizi, per colpa sua mica mia, avendo l’uomo preso gusto alle sue letture di storie troppo uguali per non sottendere che l’unico suo vero interesse fosse la voce che le raccontava. Che ci ha fatto una carriera, Nori, con la sua voce, ma anche irritato non pochi lettori che di fronte ai suoi libretti, diciamo al secondo al terzo, capita l’antifona, li abbandonavano (perché sulla pagina resta poco o nulla) o rispedivano sulla fin troppo celebrata via Emilia di scrittori e cantanti che hanno ammorbato la scena italiana degli ultimi trent’anni. Come l’orribile voce+chitarra di Ligabue, anche Paolo Nori, a un più alto livello di consapevolezza artistica ci mancherebbe (con Ligabue in verità ci vuole poco), ripete se stesso a vita. Il suo giro di frase, intonazione e parlato “antiletterari” che già nella rivista “Il semplice” di Gianni Celati (agli esordi delle sue storie comiche un geniaccio, poi lentamente impallidito) mostravano la corda di una maniera riconoscibilissima e paradossalmente iperletteraria nonostante e anzi in ambigua virtù della propria avversione alla retorica – come fosse possibile non averne una. “Il semplice” divenne la palestra di Nori, che in questo Grandi Ustionati uscito nel 2001 per Einaudi e ora riproposto da Marcos y Marcos tornava sul suo alter-ego Learco Ferrari, lo faceva finire in ospedale a causa di un incidente e gli metteva in bocca la sintassi sgangherata ad arte (“Ho scosso la testa, volevo significare che io certe cose non mi metto neanche a spiegarle io, certe cose”) ma con un sapore di già visto già letto da decenni che ovviamente aveva fatto godere la critica di zombi con pannoloni e camomilla di quelli visti all’ultimo Strega. Dunque ho riprovato, con Nori, a vedere se il mio era un fastidio motivato. Se non fossi stato ingeneroso a pensare che poi la retorica degli anti-retorici è una gran furbata e poco più. Ho pescato Learco domandarsi com’è che ama tanto la sua gatta e com’è che vanno tanto d’accordo, loro due. E poi illuminarsi tutt’assieme. Con frasi come questa: “Che lei, la gatta, personalmente, e io, Learco, come discendenza, noi siamo entrambi dei clandestini dei sans papiers noi l’abbiam conosciuta, la sofferenza del mondo, l’ho capito stasera, il motivo che noi siamo tanto legati”.Che, come direbbe proprio lui, uno ride e però ci trova pure il messaggino perbene, di quelli – uomini (e gatti, ma loro non lo sanno) - che si vogliono straniati, diversi, pauperisticamente fighi. Mah, sarà che da queste parti abbiamo un brutto carattere. Che tendiamo a pensar male. Che certe moine infastidiscono – vedete, son facili facili. Che se volete vado avanti, dieci cento mille pagine a piacere… E invece no, va bene che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, ma non è detto che gli altri debbano leggerselo.

27 lug 2012

La sfida

sul recensore.com

einaudi-la-sfidaUn altro mondo, davvero. Lecito una volta tanto lasciarsi andare alla nostalgia quando parliamo di “The Rumble in the Jungle”. 
Il match pugilistico per eccellenza, fra lo splendido Muhammed Alì, al secolo Cassius Clay, e George Foreman, pugile di una potenza devastante come poche volte si è visto nella storia della boxe.
Leggersi “La sfida” (Einaudi 2012) di Norman Mailer significa rivivere quella straordinaria pagina di storia dello sport, che fu molto di più: un esempio insuperato di come anche la brutalità di una violenza inaudita, capace di distruggere la vita di uomo (se è vero che il Parkinson del meraviglioso Alì fosse il lascito avvelenato di un incontro di boxe, anche se non questo), possa soggiacere a un’idea estetica del gesto. Ma non fu solo questo (bellezza e tecnica e coraggio). Non fu nemmeno solo il capolavoro di tattica di Cassius Clay, che lo vinse quell’incontro per ko all’ottava ripresa, dopo aver preso una gran quantità di colpi dal suo gigantesco avversario, colpi che però ebbero il solo effetto di spossarlo, Foreman, snervarlo, esaurirne le energie fino ad aprire il varco che il nero islamizzato che aveva sconcertato e meravigliato il mondo per le sue scelte politiche, civili e culturali, stava aspettando.
L’incontro ebbe luogo a Kinshasa, Zaire. Era la fine di ottobre del 1974. Foreman era il campione in carica. Aveva vinto 40 incontri su quaranta. Vinceva con una tale facilità da annoiare. E poi era un tipo chiuso, poco interessante per il mondo dello spettacolo. Alì aveva una storia unica. Anni di squalifica per essersi rifiutato di partire per il Vietnam, ostacoli vari per impedirgli di combattere, la conversione all’Islam dei padri neri, la corrosiva e strafottente disposizione comunicativa, rivolta agli avversari come alla politica imperialista americana (a suo avviso tutt’altra che pacificata quanto al razzismo). Aveva perso l’ultimo incontro con Joe Frazier ma aveva tutta l’intenzione di riprendersi il titolo che gli avevano sottratto una decina di anni prima per le sue prese di posizione.
Foreman era strafavorito, si trattava di vedere solo quanto Clay avrebbe resistito. Bene, Mailer racconta, prima che la sfida sportiva, quella che lo strepitoso danzatore del ring preparò nelle settimane precedenti. Come seppe sfruttare quello che oggi si direbbe il fattore campo, in quel caso l’Africa nera dello Zaire.
Clay empatizza con il continente nero, trascina il pubblico in attesa dell’evento dalla sua parte. In quel contesto ritorna a essere l’africano delle origini (storiche). E Foreman si sente fuori posto. Come se nero lo fosse per caso. Non gli garba il clima, nemmeno quello metaforico, non gliene frega granché delle questioni razziali, del coté politico – che poi, non era nemmeno facilmente schematizzabile in un qualche paradigma di comodo, visto che vi comandava il dittatore Mubutu.
Alì prese dalla scena quello che gli serviva. Fu artefice di una guerra psicologica spietata, da stratega sofisticato. Fuori del ring, ma mentre fa questo prepara il match vero e proprio. E lì tira fuori un’invenzione geniale. Sorprende l’avversario da subito, al primo round, attaccandolo. Poi mette in pratica un piano pazzesco. Invece di passare il tempo a ballare com’era solito fare, gioca in difesa, sì, ma aiutandosi con una guardia perfetta che rende complicatissimo il lavoro di Foreman, raramente in grado di colpirlo in maniera significativa. Ma soprattutto Alì sfrutta l’elasticità delle corde del ring, restandovi appoggiato per minuti interi così da attutire la violenza dei colpi e non farsela pesare sulle gambe. Fino all’ottava incredibile ripresa.
Mailer scrive forse il miglior libro della sua vita. La sola cosa che disturba nel racconto è l’eccesso di similitudini con cui cerca di tenere stilisticamente alto il tono della storia con l’effetto ogni tanto di perdere invece la tensione – ma è un difetto contenuto, alla luce di uno scontro (reinventato da vero scrittore) che il lettore può leggere come se l’avesse davanti agli occhi. E ai più giovani che non l’avessero mai visto non possiamo davvero non consigliare di leggere prima il libro, poi magari dimenticarlo e guardarsi il filmato dell’evento in rete, perché quella bellezza lì il pugilato – morto da un pezzo come tutti sanno – non è stata più in grado di offrirla.

18 lug 2012


Il sesso secondo Weininger e il pensiero reazionario


Copertina
Ora, diciamolo forte e chiaro: ci sono pensatori, scrittori, filosofi che dicono cose aberranti, o stupide, o palesemente campate per aria, eppure vantano agli occhi di molti lettori, perversi motivi di fascino. Vuoi perché scrivono da dio, vuoi per l’appeal della loro persona, vuoi perché nonostante tutto, i nuclei concettuali sui quali affiggono le loro risposte sbagliate non smettono per questo di restare problematici.Non so quale delle tre opzioni sia la più pertinente nel caso di Otto Weininger, psicologo e filosofo viennese nato nel 1880 e morto suicida nel 1903. Quest’ultimo aspetto ha il suo ruolo di sicuro: un suicidio a ventitre anni indubbiamente conferisce un’aura particolare alle intenzioni, alle motivazioni, alla pretesa di serietà di un’opera – nel caso specifico Sesso e carattere – che avrebbe potuto correre il rischio di un facile, persino comodo oblio. E invece.Si dà il caso che il corpus di pensieri in questione sia il più indigeribile per la cultura “progressista” del ‘900. Laphilosophia sexualis di Weininger è manichea come nessun’altra: un polo maschile buono, attivo, logico, l‘altro, indovinate quale, maledetto, immorale, menzognero. Le donne non possono esistere se non come completamento oggettuale del soggetto-uomo; la loro stessa vanità vi è orientata: “Le donne non vivono che pensando ad altri”; l’uomo deve farsi carico di condurre la donna a uno stato di coscienza “umana”. Essa si salva come strumento della riproduzione, ciò che solo può giustificare il mancato raggiungimento di un piano che non sia meramente sessuale. Immaginiamo il corollario di luoghi comuni negativi che facilmente chiunque potrebbe stigmatizzare e il resto è fatto. Suggerisce però Franco Rella in un vecchio saggio ora riproposto nella ristampa del libro per le Edizioni Mimesis che il fascino di Weininger sta nella sua “parola piena”, la parola della Kultur, la parola monologica, antiplurale, antimoderna (un pensiero fortissimo diremmo), che oggi sembra sedurre trasversalmente europei di tutte le latitudini angosciati e spaesati dalla crisi devastante. E dunque, ricerca di un’unità organica, impossibile, che tuttavia nel caso di Weininger non manca di sollecitare anche oggi qualche riflessione. Se accreditiamo valore a una qualche distinzione biologico e/o culturale del segno maschile e di quello femminile, non ci si può non domandare il perché del dilagare di una nauseabonda emotività che oggi passa per valore indiscutibile, tale da orientare scelte culturali, giuridiche, pedagogiche. Navigando a vista: la femminilizzazione nella scuola per esempio: ha prodotto esiti catastrofici. E ancora: un marito separato una volta che arriva davanti al giudice è un uomo morto. E la letteratura trova la quadra fra ridicolo apprezzamento della critica e del pubblico quanto più si profonde in esibizioni di dolori, sensibilità ferite, vittimismi più o meno patetici, o febbrili. Vale l’inverso: la “donna in carriera” è un maschio surrettizio cui manca il membro e per il resto ha introiettato il peggio da chi ce l’ha. E se non è difficile scorgere in certe idee di Weininger (la donna che è incapace di essere, ma diviene ciò che il soggetto uomo decide per lei) la replica della storia su una certa costola di Adamo, va ricordato che le sue considerazioni inattuali affascinarono Wittgenstein, Karl Kraus, Broch, lo stesso Freud che era il suo nemico teorico.Ma il progetto complessivo di tenere concettualmente uniti sesso e carattere non poteva non fallire, e più ancora l’approccio alla questione semita – l'altro argomento forte del libro. Vero che anche qui, per l’ebreo Weininger, come nella problematica maschile-femminile, conta la teorica polarizzazione degli elementi più che gli individui in sé: l’ebreitudine è una costituzione psichica, più che biologica, per cui si danno, secondo Weininger, ebrei più ariani degli ariani e ariani più ebrei degli ebrei…L’ebreo per Weininger è la femmina “par excellence” della popolazione mondiale, il codardo archetipo, il principale malfattore e malpensante della Zivilisation, della frantumazione plurale, dell’analisi accanita e disgregante - per esprimerci ancora nei termini nietzscheani che gli si sono superficialmente accostati, della “décadence”. Il dionisiaco che interessa Weininger, per proseguire nella serie delle risposte opinabili alle domande ineludibili, “non ride e non balla”: è quello morale che cerca “un senso dell’universo”, Kant insomma, e per questa via vischiosa, un ritorno all’ordine religioso. Difatti, l’ebreo Weininger crede di rifugiarsi nel cristianesimo protestante. Non gli sarà sufficiente, evidentemente, se deciderà presto di farla finita. Si potrebbe liquidare l’oltranza arcaica di Weininger come mera follia e morta lì; ma qualche spunto interessante invece lo cercherei. Ci si potrebbe anche chiedere perché dello specifico femminile – se ve n’è uno – debbano occuparsi solo le donne. E certe domande sono come i classici di Calvino: “non finiscono mai…” etc etc. Fine delle domande, assalto delle orde barbariche. Che l’orrore si nutre anche dell’indifferenza degli illuministi troppo fiduciosi nelle magnifiche sorti e quel che segue.

8 lug 2012

Walter Siti

sul recensore.com

resistere-non-serve-a-nienteUn gran personaggio insoffribile l‘obeso fantasma di “Resistere non serve a niente“(Rizzoli, 2012), ultimo romanzo di Walter Siti - uno dei tre o quattro scrittori davvero importanti fra i viventi in Italia dove sono morti spesso anche da vivi.

Per non essere un esperto di economia, Siti, che si limita a maneggiare il materiale informativo
 che ha saputo procurarsi, in virtù di una notevole bravura mimetica, di una scioltezza di passo e una “naturalezza” di tono (le virgolette sono necessarie come non mai) tiene bene agganciato il lettore alla storia, meglio, al suo personaggio. Un artefice dell’abissamento del mondo verso la sconfessione teorica e pratica di un secolo e mezzo di tensione che ci avvicinasse a un qualche ideale di giustizia sociale.
Ora, uno degli effetti perversi della letteratura sta nel procurare interesse, compassione a volte persino innamoramento per figuri che la sana necessità di distinguere ciò che è bene da ciò che invece  distrugge il mondo, nella vita reale ci indurrebbe a tenere a distanza. Siti mostra bene questo destino che fa del romanzo un unicum dell’espressione umana (le altre sono derivate) con il suo Tommaso, uno di quelli che con i giochetti di borsa sono in grado di decidere il destino di milioni di persone. D’altronde - dice Tommaso al narratore cui ha chiesto di scrivere su di lui per mostrare al mondo che anche un uomo del genere potrebbe vantare un’anima - “devi dirmelo tu chi sono”. Lo scrittore, ancora una volta, e di questo a Siti dobbiamo essere grati, si fa carico di trovare un senso alle cose.
E chi è questo Tommaso? Il parto butirroso di una borgata standard, di una violenza standard, uno la cui la vita è legata a doppio filo a quella del padre, un manovale del crimine – la scena iniziale con cui lo costringono a far fuori un altro disgraziato è un piccolo saggio della capacità di Siti di modulare la lingua a suo piacimento. La ricompensa per quello che il padre ha subìto è lauta – in termini materiali certo, che sono gli unici a contare. Gli danno modo di studiare nelle scuole migliori – e nel suo caso un senso l’operazione ce l’ha. Perché ha una specie di talento matematico che nel suo lavoro (lavoro poi, già questo si dovrebbe discutere), nella finanza in cui inizierà a fare presto carriera, sarà prezioso.
L’epidemia che avvelena quest’età di insinuante depressione, e minaccia l’ecatombe, s’incarna dunque in un rappresentante non so se esemplare ma dalla biografia più stratificata del prevedibile. Siti ce lo racconta nella sua infanzia balorda e ce lo fa letteralmente crescere davanti agli occhi. Fino alla salienza dell’officiante ancora giovane che celebra i suoi riti sacri nel templi della borsa inventando formule nuove, giocando come un mago di lungo corso con denaro invisibile che difatti non è denaro ma divinità elusiva quanto potenzialmente apocalittica nei suoi effetti.
Il pianeta sembrerebbe voler dividere il mondo in due: da una parte, i più col terrore di finire in miseria, dall’altra pochissimi che invece giocano a fare più soldi di quelli che possono concepire. E perché, se non per godere di questo potere di vita e di morte sul resto del mondo? La politica si limita a servire, adapparecchiare il tavolo da gioco – o l’altare. Nel quale muovere capitali immensi e con essi decidere le sorti di nazioni intere. Questa è la scena del dominio, oggi. E Siti ce la racconta da par suo. L’ossessione sessuale (omoerotica poco importa, checché ne avesse detto a suo tempo l’ex editor Antonio Franchini, così come secondaria se non francamente noiosa mi pare la questione dell’autofiction), dei suoi libri mi sembra meno rilevante rispetto alla scena del potere allestita in questo romanzo. Ché il sesso è solo l’aspetto più popolare del teatro vivente, quello più “democratico”, in cui tutti più o meno hanno l’opportunità di fantasmatizzare, delirare, godere - com’è sempre stato. Ma il rinculo della storia deciso dalle divinità dei mercati mi pare una faccenda ben più seria e drammatica. Difficile da raccontare senza cadere nell’ovvio e nel retorico. Questo  libro ci riesce.

6 lug 2012

BRICE MATTHIEUSSENT

La vendetta del traduttore


Hai da fare tutti i giorni con parole altrui. In una lingua che conosci magari come la tua ma che talvolta, non troppo raramente, nei romanzi con i quali lavori non dà il meglio di sé - lo sai benissimo, ci sei abituato. Ma non è detto che non arrivi il momento che non ce la fai più. Di mestiere fai il traduttore, di letteratura per la precisione, si dà il caso che sai di cosa si tratti. Perché ti dà da campare, il tradurre, ma per te la letteratura non è solo un mestiere (d’altri), ma una passione. Hai tradotto anche  scrittori di valore, hai letto tutti i classici fondamentali della tua lingua; sai – lo hai imparato con il tempo, a forza di  leggere quelle altrui - come si manda avanti una storia e certe volte hai l’impressione che il tuo autore non sappia bene come procedere con la sua.
Così, con pudore e rispetto ma anche sicuro delle tue ragioni, arriva il giorno che inizi a correggere. Proprio così, a correggere il testo di partenza, quello che stai traducendo nella tua lingua, con la precisa intenzione di migliorarlo, di farne un libro più interessante di quello originale, più convincente. Sai soprattutto infatti che nelle sfumature di significato, di espressione, il gioco della lingua e del tradurre impattano l’aspetto decisivo della  partita; che lì si annidano le insidie e le opportunità per cui un lavoro mediocre può diventare un romanzo discreto oppure si può distruggere quello che in partenza era un ottimo racconto. E se il tuo stesso lavoro di emendamento conosce con i momenti successivi intoppi ulteriori – perché, diciamolo, stavolta ti è capitato un romanzo sbagliato dall’inizio alla fine – finisce che l’acribia delle tue mosse s’intoni a un puntiglio meticoloso, accanito, sì da trasformare, com’è inevitabile e giusto, una questione estetica in un’operazione etica.
Questa è La vendetta del traduttore, il regolamento di conti di un professionista non privo di un qualche talento con la mediocrità di scrittori, magari sopravvalutati, che il mondo editoriale impone al mercato e del quale “l’umile trascrittore” conosce benissimo infamie e modestie. E si decide a un certo punto a cancellarle, con dovizia di dettagli, passo dopo passo, riga dopo riga, pagina dopo pagina. Implacabile, disgustato dalla pochezza del testo d’avvio, lo azzera, a partire dalla congerie degli aggettivi inutili, dagli avverbi pleonastici e che spesso finiscono per indebolire una frase laddove pensavano di darle forza, raschiando via i cascami stucchevoli di metafore e similitudini soporifere, e avanti così fino alla risoluzione definiva che il testo di fronte a lui è sostanzialmente inemendabile e l’unica sorte che merita è di essere sostituito (reinventato) da quello del traduttore, dimentico del progetto originario di disseminare appunti, considerazioni, digressioni, parentesi, note varie e felicemente avviato a una totale riscrittura.
La vendetta del traduttore (il romanzo che leggiamo noi, Marsilio) è mise en abîme e insieme messa in scena di questo travaglio tra filologia e arte, sottolineatura del senso e creatività della storia, semantica della frase e perizia del narrare. Non poteva che portare la firma di un traduttore-scrittore di estrema consapevolezza quale si dimostra il marsigliese Brice Matthieussent, traduttore cresciuto fra i testi di Joyce Carol Oates e Bret Easton Ellis,  certamente e fin troppo addentro alla ludica disposizione metaletteraria anni Ottanta, fra l’Oulipo e il Calvino terminale (in tutti i sensi) la cui prima pagina di Se una notte d’inverno è chiaramente rievocata nell’esordio di questo romanzo, ben tradotto a sua volta (e mai come in questo caso ricordarlo è fondamentale) da Elena Loewenthal. Il romanzo nel romanzo sul quale finge di lavorare Matthieussent (sul quale si esercita il suo narratore aggiungerei, e se riflettiamo sull’ulteriore distanza che passa dall’autore empirico all’”io” che appronta per la bisogna del caso, la complicazione fa un passo ulteriore) si chiama Transaltor’s Revenge e parla di un famoso scrittore francese ormai decotto, Abel Prote, e del suo traduttore americano, David Grey, costretto ad anfanare appresso a un discutibile romanzo intitolato N.d.T. Il traduttore ora è chiamato a mettere in riga il suo pretenziosissimo autore. E così fa anche l’autore del libro “vero”. La struttura metaromanzesca che appassiona ormai poco in questo caso è però necessitata dal tema, dal carattere congenito dell’opera, non si limita insomma alla rappresentazione di uno sterile gioco e se su questo aspetto possiamo tranquillamente sorvolare, ciò che fa del libro di Matthieussent un oggetto letterario interessante è che in fondo inscena nel suo farsi una vera lezione di scrittura. Un libro da consigliare agli aspiranti scrittori e ai traduttori sommari.

26 giu 2012

Vladimir Pozner


dal paradisodegliorchi


Il barone sanguinario

Adelphi 

copertina del libro
Dopo lo strepitoso libro dedicato alla fine di Tolstoj, Adelphi ci regala un’altra indagine narrativa dello scrittore e giornalista Vladimir Pozner (1905-1992), una biografia rapsodica su un personaggio terribile, fascinosissimo e cupo: artefice di una di quelle vite che sono storie in sé e che quando trovano il narratore giusto si leggono con una passione che i romanzi-romanzi garantiscono sempre meno. 
L’uomo era il barone von Ungern-Sternberg, aristocratico irascibile, astioso e sdegnato di suo, ferocemente avverso alla rivoluzione bolscevica. Immaginatelo il giorno che viene a conoscenza del fatto che i bolscevichi gli hanno preso la moglie (da cui era stato costretto a separarsi durante la fuga verso la Siberia), l’hanno violentata, torturata e poi uccisa. Insomma, al cospetto di una tragedia così oscena che farebbe diventare un uomo anche il più molle dei bipedi (per es. molti dei nostri scrittori “senza sangue”). Con un facile esempio di perfidia, potremmo dire che il fatto sembra scritto invece nel destino dell’uomo, un tipo dal temperamento e dalla psiche organizzati apposta per accoglierlo e trasformarlo in una vendetta abissale. A quel punto la storia del barone si appresta difatti a diventare un’epica mistica, molto poco beata e assai sanguinaria però, deciso com’è Ungern-Sternberg a riesumare la storia dei grandi khan, a rifarla egli stesso, a rimodellare il mondo. Debellare “la peste rivoluzionaria” e ricostruire un impero, sobillando popoli a seguirlo “dal Pacifico al mar Nero”, attraversare l’Oriente “come un uragano” saranno le sue ossessioni. Così, la ferocia delle imprese di questo folle paranoico, taciturno e antisemita che sembra tenere insieme il comando di razzie efferatissime e la contemplazione buddista, l’ostilità verso il raziocinio e una metafisica delle profezie, seminerà enormi scie di sangue dal nord Europa al deserto del Gobi.L’occasione del racconto di Pozner è un incontro con il poeta Blaise Cendrars, impegnato in una collana editoriale dedicata a figure di eccentrici avventurieri, per i quali aveva un debole. Cendrars convince Pozner a dedicarsi a questo “generale bianco che ha combattuto i bolscevichi in Estremo Oriente e dopo la disfatta dei sui capi si è ritirato in Mongolia”. Di lì, da queste scarne notizie parte la ricerca di Pozner. Che è a suo modo un’altra avventura. Perché per arrivare a una definizione attendibile di questa pazzesca, straordinaria biografia, sarà costretto ad attraversare altre storie, digressioni, passaggi sbagliati, gallerie di personaggi mai del tutto equilibrati, teorie di eccentrici che non la raccontano mai giusta e lo costringono a rimettere i pezzi daccapo – è la natura del mito, ché il barone quello è diventato, un figuro loschissimo ma inarrivabile. La scrittura di Pozner passa dal documento all’intervista, dal dettaglio alle ragioni generali di una storia che, barone a parte, è anche quella di migliaia di uomini (chi si è mai interessato alle sorti dei mongoli nel ‘900?) sommersa da vicende ben più note - senza che nulla vi faccia difetto, però, quanto a passioni, deliri, violenza: la vita, più o meno.


24 giu 2012

Il cileno Fuguet

dal recensore.com

missing-nuova“Missing” (La Nuova Frontiera) di Alberto Fuguet è di quei libri che non sai se fermarti alle prime pagine o andare avanti sperando che entrino il prima possibile nel loro nucleo più autentico.
Meno spesso succede che alla tentazione di mollarlo (perché la lingua, anche in traduzione, non ti convince appieno, senza peraltro risultare sconsolante – lì la finiresti preso) si accompagni il sospetto che il libro abbia da dirti qualcosa che potrebbe essere persino rilevante per te, rilevante ben oltre l’eventuale gradevolezza della lettura.
Sono andato avanti così per un bel po’ con questo lavoro di Fuguet (regista oltre che scrittore), tradotto dalla Nuovafrontiera, copertina splendida firmata da Flavio Dionisi. Com’è andata a finire? Che Missing è restato sino alla fine una buona storia ma non molto di più, una non-fiction-novel incentrata sullo zio dell’autore, inopinatamente scomparso, ultimo gesto di una biografia abbastanza bizzarra e misteriosa da attrarre la curiosità dello scrittore.
Fuguet acquisì notorietà a metà degli anni Novanta col movimento McOndo che tracciava una linea di rottura rispetto al campo lussurioso e spesso nauseabondo del “realismo magico”. Ora, la non-fiction“filiale”, come la chiama lo scrittore (ispiratori alcuni libri di Ellroy o Carver o Ford) sarebbe benvenuta se non fosse in certi momenti troppo esplicativa delle sue ragioni e di quelle dello scrivere.
Il dettato insomma – è questo che non convince appieno in Missing – rischia il didascalico, in virtù di una certa facilità di scrittura non estranea a molta letteratura sudamericana di successo degli ultimi vent’anni. In un lavoro che invece avrebbe alcune buone ragioni per essere interessante. La trama sotterranea per esempio – quella infatti più sottaciuta – fra la solitudine dello scrittore e quella dello zio disperso. La solitudine del primo ha il vantaggio di essere “benedetta” dal suo status professionale, condizione che se pure obtorto collo da parte degli altri, li costringe ad accettarla come “fisiologica”. E dal rifugio rassicurante – almeno in questa versione – della scrittura, il narratore può godere di una possibilità che se non è a priori una garanzia di salvezza, di certo aiuta. Ordinare il mondo, tenere a bada il caos, vivere nel modo più consono alle proprie attitudini. Lo zio, eccentrico la sua parte, certo meno istintivamente equilibrato, le sue stravaganze sarà costretto a pagarle sino in fondo. Che anche darsi la possibilità di scomparire e rinascere da qualche parte, una vita nova, ammesso che sia possibile, implica un cammino drammatico.
Lo scrittore cerca di recuperarne le tracce, ascolta le storie sul suo conto, sa che hanno da fare con il carcere, che s’intreccia con quella dei familiari di entrambi, in un rimbalzo continuo fra gli Stati Uniti dell’emigrazione o della fuga necessarie, e il Cile nativo. Non sa nemmeno se è ancora vivo; sa che nei rapporti con gli altri familiari si nascondono motivi non secondari nella sparizione, che come in ogni famiglia le zone oscure non solo esistono ma possono determinare lacerazioni profonde. E sa anche – o sospetta - che l’approdo da comunista e per giunta caratterialmente instabile negli Stati Uniti non è un fattore estraneo al mistero della sua vita. Il libro è questa ricerca, un viaggio non privo di suggestioni nel doppio volto del continente americano dagli Usa alle estreme propaggini meridionali, e un’esplorazione nei “luoghi oscuri” di un personaggio tormentato.

22 giu 2012

Tommaso Giagni

dal recensore.com

le28099estraneo-einaudiNel romanzo d’esordio di Tommaso Giagni, “L’estraneo“, per Einaudi Stile Libero, il protagonista (e voce narrante)  soffre una sostanziale separazione fra sé e il mondo - tema classico quanti altri mai, la mancata identificazione con un ambiente, una lingua, un modo di intendere le cose, giocata in questo libro tutta all’interno di una città, Roma, fra il suo centro e la periferia.
Il ventenne senza nome è uno sradicato cresciuto nella “Roma delle rovine” (così la definisce), agiata e borghese, con un padre portinaio venuto però dalla periferia, una “Roma di Quaresima” slabbrata, di disgraziati senz’aura - condizione che non solo allontana (e quello è una dato storico ovvio) il Pasolini pure evocato qua e là, ma pare rovesciare l’intuizione del Walter Siti del “contagio”. Nella Roma di Giugni, autore peraltro molto giovane, il protagonista non è davvero da nessuna parte, mai davvero a proprio agio, in difetto sempre. Centro e periferia sono i due poli fra cui rimbalza il malessere e il tentativo di superarlo.
All’inizio le vicende sono più “riferite” che mostrate. Il narratore (inutilmente a caccia se non di una qualche autenticità, di un qualche senso delle cose, o forse di una verifica di sé nelle borgate che furono del padre, fuggito decenni prima verso il centro - illusorio approdo di una vita piccolo borghese), il suo disagio lo teorizza, lo commenta. L’incertezza è tangibile in certi passi in cui il romanzo sembra il riflesso di parole d’ordine della critica: di un tale Leonardo si dice che “il suo trauma è non aver avuto lutti gravi”…
Ritmo, lingua, scene trovano una più sicura compattezza andando avanti nella storia, man mano che il giovane conosce più a fondo la borgata in cui prova a vivere con i suoi infelici ben poco romantici, fra palestre e sale di videogiochi. A un certo punto prova a guadagnarsi da vivere assieme al compagno d’appartamento, aduso a tirar su denaro con il sesso. Vanno insieme nell’abitazione di una docente universitaria in là con gli anni (la casa piena di opere d’arte) che per godere ha bisogno di trovarsi due coatti (da stereotipo) fra le gambe. Ora l’estraneità tematizzata nel romanzo mostra finalmente il suo carattere radicale, quasi grottesco, nel fallimento dell’avventura. Il ragazzo proprio non ce la a soddisfare le voglie di questa baldracca alto-borghese, infoiata come una cagna in calore.
La poco riuscita fusione nella precaria identità del giovane, un appassionato d’arte, cerca un omologo linguistico lavorando sugli scarti fra una lingua più addestrata e il masticato gergale di un romanesco impoverito, quello dei coatti d’oggidì. A volte l’impresa riesce altre meno, forse per via di una certa tipizzazione implicata dal progetto stesso (la polarizzazione e l’effetto cercato di uno scontro fra alto e basso, fra le tentazioni - le inclinazioni - quasi intellettuali del personaggio e i bar e le palestre che incontra nella periferia). Qua e là qualche scivolone “lirico” (“Il cuore batte all’impazzata e mi rinfaccia che l’idea di finire quaggiù non gli è venuta a lui”) fa rimpiangere l’assenza di un editing più attento per un esordio comunque interessante.

16 giu 2012

André Bazin


Jean Renoir

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=1242

copertina del libro
Mimesis manda in stampa la ben nota monografia che André Bazin dedicò al grande Jean Renoir, autore ad avviso di chi scrive e di molti altri di un film, La regola del gioco, che non potrebbe mancare nella lista dei dieci film imperdibili della storia. François Truffaut definì l’opera di Bazin «il miglior libro di cinema scritto dal miglior critico sul miglior regista». L’edizione presenta una lunga introduzione di Michele Bertolini ed è accompagnata da una filmografia le cui schede portano firme illustri, non solo Truffaut, ma Jacques Rivette, Eric Rohmer, Jean-Luc Godard. 
Materiale estratto da un numero dei 'Cahiers du Cinéma', uno speciale del 1957 – della rivista Bazin fu tra i fondatori. Gli appassionati sapranno che il lavoro di Bazin restò incompiuto, e questa incompiutezza pare però definire nella sua indefinitezza “transitoria” una specie di significato simbolico: la sua teoria critica storicamente risulta essere un collante fra il cinema di Renoir e la successiva Nouvelle Vague di cui i Cahiers furono l’ala concettuale. 
Bazin divide l’opera di Renoir in una serie di momenti capitali, partendo dal muto e passando per gli anni del Fronte Popolare, fino all’esperienza americana, tenendo in qualche modo ferma la barra del “realismo” ma declinandone la nozione attraverso vie impensabili alla mera “rappresentazione della realtà” (cosa che peraltro certa critica, specie italiana, per anni non ha capito, arrivando a considerare questo lavoro come un’“apologia” - il che dice che se il ridicolo è tale sempre, quello della critica raggiunge vertici insuperabili).
Mai riproduzione ma sempre invenzione, dunque. Prendiamo appunto La regola del gioco. Difficilmente come in questo film il cinema è riuscito a dare l’idea di una totalità del vivere e della scena in cui è sussunto: teatro e natura si confondono, com’è della vita “vera”. Questo coglie Bazin, una sorta di teleologia del cinema (ricorda Bertolini): il realismo non è che il nome meno approssimativo di una moltiplicazione delle soluzioni stilistiche, della superfetazione del linguaggio, per dire il mondo nella maniera più compiuta possibile. Ma mai esaustiva: è un “realismo” che sa di essere impossibile.
“Un’opera che si deve rivedere come si riascolta una sinfonia” scrive Bazin, “una composizione che si rivela poco a poco (…) intreccio di richiami, di allusioni, di corrispondenze”. Renoir gioca a sua volta, il titolo lo dice persino in modo didascalico ma il suo film è l’opposto della didascalia. Il gioco è l’esistenza (e la sua percezione): caos di pulsioni, passioni, menzogne che sono però il solo mondo che abbiamo. Lo sanno bene i protagonisti della storia – anche se fingono il contrario… - confinati in una villa alto-borghese durante una battuta di caccia.
Come loro, noi spettatori viviamo fuori e dentro lo schermo, mondo-struttura mobile e geometrico che ha le sue regole (il lavoro stesso di Renoir è sempre passibile di trasformazioni in corsa). Il gioco non solo è serio: il gioco è il mondo (“la crudeltà è oggettiva”, scrive Bazin, a proposito di un altro film, Il fiume). Il piano-sequenza lo abbraccia e lo ricrea, sconfinando sempre nel fuori – il fuori che è la stessa luce o lo stesso rumore di fondo pronti a entrare in qualsiasi momento nella nostra vita, che ne fa parte nonostante tutti i sistemi difensivi messi in atto per arginarla. E qui, fuori dal mondo-teatro in cui si muovono i personaggi, il rumore che minaccia di esplodere in una deflagrazione definitiva è quello della guerra. Non v’è nessuna cornice alla maniera pittorica nel cinema di Renoir letto da Bazin: “ciò che mostra trae il suo valore da quello che nasconde”. Contempla la visione, va da sé, ma altrettanto ciò che le sfugge. Un cinema che non “fissa” mai niente per sempre: e nemmeno la realtà lo fa.

11 giu 2012

Patrick DeWitt




Arrivano i Sister

copertina del libro
Divertente, godibilissimo romanzo di Patrick DeWitt, tradotto dall’ottimo Marco Rossari per Neri Pozza Editore, collana Bloom.Non è il primo libro dell’autore canadese, classe 1975. C’era già statoAbluzioni, da noi sempre per l’editore vicentino, e al riguardo la critica aveva richiamato i nomi di Charles Bukowski e John Fante, filiazione arbitraria secondo quanto ha recentemente dichiarato lo stesso autore, che si era limitato a raccontare storie di alzate di gomito dalle parti di Hollywood.Nel romanzo in oggetto, finalista al Booker Prize 2011, il west è quello della caccia all’oro, difatti siamo a metà dell’Ottocento – e pure qui le sbronze non mancanco. Ma il cercatore d’oro della storia è braccato a sua volta dai sicari di Commodore, il boss della situazione, e uno dei due Sister, il minore, non ne può più. Ha sparato abbastanza nella vita. Vorrebbe mandare al diavolo questo suo mestiere faticoso e il greve fratello del quale appare un contraltare classico secondo tipologia cara alle narrazioni di personaggi opposti costretti a coabitare nella stessa storia. Eli dovrà sopportarsi Charlie in un estenuante on the road dall’Oregon alla California, fra strade fangose e locande sghembe, in cui si accumulano accidenti di ogni tipo, giusta la fauna in cui si imbattono di sbandati e furfanti assortiti – compreso un povero grizzly appena uscito dal letargo che fa l’errore di pensare al da farsi un momento di troppo, sufficiente per Eli, incaricato di raccontare la storia, di piazzargli “due pallottole in faccia e due in pieno petto”. E quanto a stravaganza, non farà eccezione Warm, il più strampalato di tutti, il cercatore d’oro che è l’obbiettivo vero dell’avventura.
In realtà il clima, il tono, l’ambientazione sono quelli di un western alla Coen, i fratelli cineasti chiamati in causa più a proposito e non senza un’evidente scaltrezza non sapremmo se programmatica: ché l’umorismo e le storiacce del romanzo sembrano insomma pronte per il cinema. Ma quel che conta è che i personaggi sono convincenti e non macchiette, che Dewitt non sacrifica alla chance di un film eventuale, anzi probabile, una qualche cifra letteraria che appare piuttosto solida e del tutto autonoma e autosufficiente. Sia dal punto di vista narrativo che stilistico, sia nello sguardo che nella capacità di modulare i toni. Dei dialoghi soprattutto, che innervano il tessuto complessivo del romanzo. Che va al di là dell’esibizione di una violenza spettacolarizzata ossia depotenziata dal comico e conosce anche momenti narrativi più distesi e persino malinconici. 

9 giu 2012

I pappagalli di Bologna

 vanitas e scrittori su tornogiovedi

C’è il premio letterario più importante d’Italia e ci sono tre scrittori candidati a vincerlo. L’Esordiente, Lo Scrittore, Il Maestro, e poi intorno a loro La Fidanzata, La Seconda Moglie… e via di paradigmi. Questo racconta il romanzo di Filippo Bologna, I pappagalli, forse la migliore uscita del catalogo italiano Fandango da un po’ di tempo a questa parte, anche se non tutto mi pare girare a dovere. Il romanzo declina varie tipologie del comico, sospeso com’è fra ironia, umorismo e satira, oscillando fra la levità della presa per i fondelli bonaria e una tonalità sotterranea ben più inquieta, direi nera, che emerge un po’ alla volta e tenta la riflessione alta, sui casi e i destini sempre un po’ ridicoli degli uomini – ben oltre mi pare il mondo letterario che nello specifico ne costituisce trama e motivi.
Mi pare altresì incontestabile che nelle vicende e nei tormenti dei tre si dica l’evidenza di un dato reale: vincere premi letterari importanti, soprattutto quello adombrato nel libro, è ormai il solo vero obiettivo della gran parte degli scrittori italiani. Ciò vale per il pischello che ha fatto il botto con il primo libro, per il figaccione affermato, e per il vecchio rincoglionito afflitto da malanni di ogni genere. L’ambiente letterario italiano non è granché migliore del resto del paese, e per tutti, scrittori o no, è solo questione di vincere. L’autore è bravo a cogliere l’aspetto drammaticamente ridicolo della faccenda; non gli manca la perfidia giusta. Di disincanto, potrebbe già morire.
Se qualcosa non funziona appieno direi che è l’insistenza su una lingua letteraria un po’ lambiccata, che provoca nel giro di frase manieristico un depotenziamento della forza ustoria della satira: “Dopo Il Premio. Dopo la vittoria. Dopo la gloria. Quando tutto si sarebbe compiuto. Allora un po’ di lavoro manuale sarebbe stato addirittura… rilassante, pensò Il Maestro. Poi abbassò l’elastico lasco del pigiama e finalmente, nel prato umido di rugiada, ai piedi di un pino secolare, nel mattino terso di quella che un tempo era aperta campagna laziale e ora isola verde assediata dal cemento, si abbandonò al dolce sollievo della minzione”. Stride la  soluzione dei puntini sospensivi a fronte di una scrittura, come detto, fin troppo sagace. E avrebbe potuto rendere l’approccio alla materia più sferzante lo scarto verso un registro più basso, alla Martin Amis (a eccezione di Roth, il più grande degli scrittori in circolazione), chiamato in causa dall’autore come “maestro inarrivabile” di “satira sociale e intellettuale”. Ritengo più pertinente il riferimento alla vanitas della pittura barocca per certa definitezza paradigmatica dei tre “tipi” di scrittori.
Bologna a ogni modo ne fa un ritratto inesorabile e li spinge verso l’esito della competizione mostrando come in gioco non sia un premio letterario ma la vita stessa. L’Esordiente viene sottoposto a un travaglio mica da ridere. La Fidanzata, cui non è sfuggito il fatto che il ragazzo si sia montato la testa con l’uscita fortunata del primo libro, gli chiede una prova d’amore terribile anche per l’anima più candida del mondo: non vincere il Premio. E lo Scrittore – evidentemente “più scrittore degli altri” – lo è anche in virtù di una strategia esistenziale che ne condensa la vita su un unico obiettivo (scrivere bene direte? no, essere Lo Scrittore). Una strategia livida e determinatissima che prevede una mossa propedeutica e scrupolosa: allontanare il dolore. In qualsiasi modo si presenti, non deve far altro che tenerlo lontano (“la sofferenza è un’invenzione degli uomini”, pensa). Cosa che vorrebbe poter dire anche il Maestro, e non gli riesce tanto bene. Essere arrivati alla sua Età (anche questa parola bisognerebbe scriverla così, con la maiuscola: una faccenda di Irreversibilità) in quelle condizioni, pubblicando sempre e solo con un piccolo editore (laddove ci vorrebbe l’Editore), alle prese con un male odioso, non lo predispone alla serenità. Né lo aiuta essere perseguitato dalle multe – da un’indigenza socialmente riprovevole (come dite? non per uno scrittore? allora non avete capito niente, eppure leggete Torno Giovedì, mica Quattroruote). Il Maestro ha vissuto in fondo tutta la vita in un buio da sottosuolo: mai come oggi, se c’è una cosa da cui gli scrittori rifuggono sono i miasmi dei sotterranei.


3 giu 2012

http://linsolito.net/index.php/recensioni/13-le-sorelle-brelan
Le sorelle Brélan
Storia non priva di una sua originalità sia di ideazione che di costruzione quella de Le sorelle Brélan, romanzo dello scrittore francese di origini spagnole François Vallejo, tradotto per Del Vecchio Editore da Cristina Vezzaro – impegno va detto non semplice, in virtù di una scrittura in apparenza piana e ironicamente misurata, ma complicata qua e là dall’ambiguità del punto di vista e della voce narrante che senza parere dislocano la percezione di fatti e pensieri dei protagonisti.Le sorelle Judith, Marthe e Sabine, inseparabili e diversissime fra loro, vengono colte in un momento decisivo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, allorché muore il padre, architetto che lascia loro una grande e bellissima casa. Sulla quale mettono gli occhi i parenti più prossimi, sconcertati nello scoprire che le ragazze non hanno nessuna intenzione di accettare la loro tutela e sanno come evitarla di fronte ai giudici. Quella che segue è la loro storia, dispiegata lungo il secondo Novecento, raccontato da una specola insolita e non priva di interesse.



2 giu 2012

Il RInascimento di Cassirer

individuo-e-cosmo-nella-filosofia-del-rinascimento
http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/05/il-rinascimento-di-cassirer/
Bellissima questa nuova edizione (Bollati Boringhieri) di un vero classico del pensiero novecentesco, “Individuo e Cosmo nella filosofia del Rinascimento“.


L’autore, molti lo sapranno, è Ernst Cassirer, neokantiano (almeno secondo la vulgata italiana, affare di non poco peso nell’intera questione sul “significato” del Rinascimento), nato nel 1874 in Breslavia da famiglia ebraica, professore e rettore all’università di Amburgo, fuggito in Inghilterra all’avvento del nazismo, successivamente in Svezia e negli Stati Uniti. Vi morì mentre volgeva al termine il massacro della seconda guerra mondiale.
Il saggio in questione, dedicato a Aby Warburg, porta la data 1927 e coerentemente con l’impostazione complessiva del pensiero di Cassirer, sposta l’influenza di Kant verso la “Critica del Giudizio”, essendo il piano estetico a suo avviso gravido di una problematizzazione dell’intero orizzonte culturale tale da abbracciarlo nella sua interezza. Così da mostrare appieno le implicazioni simboliche e preliminarmente linguistiche che investono la conoscenza e la totalità dell’esperienza umana.
Il Rinascimento di Cassirer è studiato mettendo insieme storia e teoria, puntato sulla lettura dei testi, dispiegato su concetti portanti come libertà e necessità, scambio fra soggetto e oggetto – tutto in chiave antihegeliana, stante l’assunto iniziale secondo il quale “per la filosofia del Rinascimento non sembra verificarsi il presupposto di Hegel per il quale la filosofia di un’epoca racchiude in sé la coscienza e il carattere spirituale della sua intera situazione storica”. Come dire, i nuovi fermenti di vita dell’epoca non paiono coincidere con un vero nuovo pensiero. La disputa fra platonici e aristotelici non scava nelle fondamenta delle loro possenti architetture. Petrarca censura nello Stagirita lo stile più che la teoresi. Almeno, così stanno le cose fino a Niccolò Cusano, “il primo pensatore moderno” secondo Cassirer. Solo con lui si rompe la connessione fra teologia e logica scolastica che ancora reggeva le struttura filosofiche di base. Il punto d’arrivo di Cusano, la docta ignorantia, ossia la consapevolezza dei limiti gnoseologici dell’uomo, è anche la sola lancia di rampo di qualsiasi investigazione.
Lo studio, preceduto da un’introduzione di Maurizio Gheraldi e seguito da una postfazione di Giovanna Targia (che lo ha anche tradotto e curato) è presentato per la prima volta in Italia nella sua versione integrale, comprensiva di due appendici che Cassirer volle inserire a conferma dell’importanza capitale che a suo avviso i due autori, Niccolò Cusano appunto (“Dialogo della mente”) e Charles de Bovelles (“Il sapiente”), ebbero nella costruzione della filosofia rinascimentale. Dunque, evidente e per alcuni clamorosa appare la mancanza di centralità della cultura italiana – fatto non estraneo alla censura che il testo di Cassirer subì anche da Giovanni Gentile. Cassirer legge nel glorioso momento della storia europea oggetto di questo studio una portata internazionale e cosmopolita, non dissimile da quella illuminista. Con buona pace degli archeologi della penisola, a suo tempo già irrisi dal sommo Leopardi.

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