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18 giu 2011

Un divertissment


LEON  ROOKE

IL CANE DI SHAKESPEARE

http://www.lankelot.eu/letteratura/rooke-leon-il-cane-di-shakespeare.html
Si diceva tempo fa che dell’intrattenimento in letteratura si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ci sono molte cose con cui divertirsi, passare il tempo, crogiolarsi. L’assunto, senza voler essere una inutile quanto pomposa dichiarazione di guerra, resta valido. Resta, anzi torna necessario l’esercizio del discernimento – sebbene non sia l’estetico il regno delle certezze, men che meno la letteratura. Insomma sarebbe il caso di sforzarsi volta per volta per cercare quel punto di rottura rispetto alla semplice gradevolezza che ci consenta di definire come letteratura un romanzo, poniamo, rispetto ad oggetti consimili. Il che è facile a dirsi, molto meno… Vero anche che non tutto l’intrattenimento può esser messo sullo stesso piano.
"Il cane di Shakespeare" di Leon Rooke è un libro divertente, appunto, e a tratti delizioso, una fantasia molto ben scritta sul presunto cane del grande inglese: invenzione che ci consente di guardarlo da una prospettiva comica, bizzarra, che è quella del cane stesso. Perché la storia è lui che ce la racconta, è lui che dura fatica per convincere l’illustre padrone che è la scrittura il luogo privilegiato della sua arte, non il palcoscenico. Perché si dà il caso che Shakespeare ci metta del tempo a capire che come attore non vale un millesimo di quello che è destinato a diventare come scrittore. Il cane, sveglio, spiritoso, acutissimo, nonché impelagato in mille altre faccende, un poco indisponente anche se ci tiene a passare per una bestiola tranquilla, vittimista al punto giusto ossia mai patetico ma gran figlio di buona cagna, infoiato anzichenò, si impegnerà affinché il Bardo non si dimostri anche “tardo” di comprendonio: il che, per essere anche il più grande scrittore di tutti i tempi o giù di lì, è uno scherzetto mica da poco.
Per raccontare un tale scandaloso paradosso occorre uno sguardo intelligente, fuori dalla portata degli umani, ma anche una lingua agile, spregiudicata, degna del miglior repertorio umoristico anglosassone. Chi meglio di un cane, allora? Non si fa scrupoli a tratteggiare il suo padrone con spunti poco lusinghieri, a prenderlo in giro, a giudicarlo “preda di un piatto conformismo”. Ce lo racconta alle prese con la classica contraddizione di molti artisti, divisi fra gli obblighi e le responsabilità della famiglia e la necessità di seguire la propria vocazione, il che vuol dire talvolta allontanarsi anche fisicamente da un’altra parte. A Will Due Zampe – così lo chiama il cane – capita in sorte una moglie petulante che non si rende conto sino in fondo del suo valore – il genio disconosciuto in casa è un topos molto frequentato anch’esso ma sempre irresistibile per la conflittualità ricca di spunti che mette in scena. La donna fa di tutto per tenerlo a sé, per non farlo partire (per Londra, ovvio, dove il poeta attore drammaturgo spera giustamente di sfondare). I dialoghi fra i due sono spassosissimi. Se ne dicono di tutti i colori. Gli insulti fioccano e una bella lingua oscena la fa da padrona.
Leon Rooke, scrittore canadese, ha dedicato il libro al famigerato Gordon Lish, scrittore in proprio ma più conosciuto come l’inventore di un falso Carver. Il primo pensava di saperne sul secondo più del secondo su se stesso. Come il cane di Shakespeare. Ottimo intrattenimento, dunque, anche se l’editore Elliot anni fa ha licenziato qualcosa di meglio: lo straordinario "Augustus Carp" di Henry H. Bashford. Se parliamo di umorismo: insuperabile.

29 dic 2010

Henry H. Bashford



Augustus Carp.
L’autobiografia di un vero gentiluomo.




Per la prima volta tradotto in Italia, questo romanzo del 1924 è un vero spasso. L’autore, Sir Henry Howarth Bashford, fu medico onorario di re Giorgio VI, studioso e, pare, autore di varie pubblicazioni più o meno scientifiche ma di un unico formidabile romanzo.
Vi si racconta l’immaginaria vita narrata da se medesimo di Augustus Carp, un cristiano devoto fanatico e terribilmente ridicolo, borioso e compunto, che pretende di insegnare all’universo mondo l’alfabeto etico del vivere e lo fa prendendosi così sul serio da strappare al lettore risate di un’allegria tutta speciale – quella rarissima che può suscitare il puro divertimento coniugato alla eccellente performance espressiva.
Perché la paradossale raffinatezza stilistica con cui l’autore prende in giro la sua voce narrante mentre essa dispensa sentenze quasi sempre di condanna tranne quelle che riguardano lui e il suo parimenti ridicolo papà costituisce un vero capolavoro di scrittura. Ne deriva una raffigurazione - di ineguagliabile comicità e ludica lucidità analitica - della bêtise dal di dentro di un personaggio che pretende invece di ergersi a giudice dell’umanità. La satira-kamikaze di un io narrante è esercizio che possono permettersi solo i grandi. Be’, Henry H. Bashford un grande lo è. Si aggiornino i manuali perché non solo questo romanzo rientra a pieno titolo nella stupenda tradizione dell’umorismo inglese, ma dovrebbe essere riconosciuto come uno dei suoi momenti più alti. Specie dentro il genere particolare della deadpan comedy - ne parla Anthony Burgess nel piccolo scritto che accompagna il testo: si tratta dell’umorismo impassibile che scaturisce da chi ostenta controllo ferreo delle proprie emozioni e inossidabilità delle proprie cervellotiche convinzioni e non si rende conto che proprio questa affettazione lo rende ridicolo. Sta lì la forza del libro: mentre l’ipocrita e arcibigotto Augustus Carp racconta la sua vita, tracciando dal suo paranoico punto di vista – linguisticamente corretto e abbottonatissimo ma nello stesso tempo involuto e concettoso – i confini del bene e del male, in realtà è il lettore che ride alle sue spalle, spianata com’è davanti a lui una mappatura dell’umano che avrebbe fatto sbellicare Flaubert.







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